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La cera che arriva dagli scarti delle mele e altre storie di bioeconomia
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15 Luglio 2019 -
Chiara Currò Dossi
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Una circolarità che permette di recuperare «rifiuti» e farne motore di altre lavorazioni. Sostenibilità che va a braccetto col business: affari per 328 miliardi di euro in Italia. NOI Techpark partner di un progetto internazionale sul tema

Fare della sostenibilità ambientale un business sarà la chiave per lo sviluppo economico dei prossimi decenni. Un processo che ha un nome ben preciso: bioeconomia. Una forma di economia circolare in base alla quale alcuni settori industriali riescono a ricavare nuovi prodotti dagli scarti di lavorazione di altri. Come, ad esempio, realizzare cera dagli scarti delle mele, mentre da quelli della polpa si aumenta la fermentazione di yogurt e derivati del latte. L’obiettivo, ambizioso ma realizzabile, è quello di ridurre la dipendenza dalle risorse naturali e promuovere una produzione sostenibile e concorrenziale capace di creare, al tempo stesso, nuovi posti di lavoro. La prospettiva di centrare due obiettivi in un colpo solo è sempre più allettante anche per le aziende altoatesine. Ma perché sia possibile una transizione verso un'effettiva bioeconomia serve un approccio olistico. Il «Rapporto sulla bioeconomia in Italia» (BIT) lo mette nero su bianco: non bastano le competenze tecniche, ci vogliono anche sinergie (tra i diversi settori dell’economia e stakeholder pubblici e privati) e consapevolezza da parte del consumatore. Che, in tema di tendenze di mercato, ha un peso sempre più importante: è lui, infatti, a dettare le regole del gioco in materia di sostenibilità. E le aziende cercano di assecondarlo.

La bioeconomia applicata a mele, noci e erbe

Anche le politiche, nazionali ed europee, spingono sempre più in questa direzione. Il programma quadro per la ricerca Horizon 2020, per esempio, parla esplicitamente di bioeconomia, con la messa a disposizione di appositi fondi che si affiancano a quelli messi a disposizione nell’ambito delle strategie specifiche dei singoli Stati. La sfida è stata raccolta anche da NOI Techpark, e concretizzata nella partecipazione, in qualità di project partner, al progetto interreg AlpBioEco (iniziato ad aprile 2018 e che si concluderà nel 2021), che ha beneficiato dei fondi europei del Programma Spazio Alpino 2014-2020 (1,8 milioni di euro a fronte di un costo complessivo di 2,1). «L’obiettivo è quello di sviluppare modelli business per la catena di valore di mele, noci ed erbe – spiega Alexandra Windegger del dipartimento food di NOI Techpark –. Modelli che possano portare a strategie innovative per i rispettivi mercati di riferimento». Il che, nella pratica, si traduce in analisi di mercato e di laboratorio sull’intera filiera produttiva, dal frutto sugli alberi al prodotto finito, per capire quale sia il suo «potenziale bioeconomico».

In particolare, al parco tecnologico è stato assegnato il compito di coordinare le analisi di mercato («affidate ad Eurac e a un esperto esterno» precisa Windegger) e di organizzare due workshop con le 13 aziende partner del progetto e una serie di aziende collaterali interessate a sviluppare il tema. Aziende, tutte, impegnate nel settore food, in cinque diverse aree alpine. «Il prossimo passo – annuncia Windegger – sarà quello di realizzare degli studi pilota allo scopo di verificare se i modelli elaborati possano funzionare e come possano essere ulteriormente sviluppati». Intanto, però, dalle analisi sulla filiera del mondo delle mele emergono dati interessanti. Gli scarti di lavorazione, infatti, vengono trasformati in materia prima per la realizzazione di particolari cere, le quali, in futuro, potrebbero anche sostituire plastica e cera d’api negli involucri adoperati per la conservazione dei cibi. E ancora, dalla polpa si estraggono polifenoli utili a migliorare il processo di fermentazione di alcuni prodotti alimentari, yogurt e derivati del latte in particolare. E sempre gli scarti hanno tutte le caratteristiche per poter rientrare nella catena alimentare e dare origine a frullati e snack realizzati con stampanti 3d.

Idee chiare per le aziende

Su come declinare, nel concreto, il termine bioeconomia, anche le aziende altoatesine hanno le idee chiare. «Per noi la sostenibilità è un tema chiave – afferma Simon Jaist della meranese Fructus – Non solo quella ambientale, ma anche quella sociale. Crediamo sia fondamentale garantire determinati standard ai nostri dipendenti e a quelli dei nostri fornitori». Le richieste, per altro, arrivano dagli stessi consumatori. «Sono in molti quelli che chiedono una sempre maggiore sostenibilità e trasparenza – continua Jaist –. Elementi che per noi sono un valore aggiunto per i nostri prodotti».

Fra i partner esterni che ai workshop partecipano in qualità di osservatori c’è Mirnagreen, startup nata nel 2015 dalla Fondazione Mach che ha fatto della bioeconomia il proprio mantra. E che si è insediata negli spazi di NOI Techpark fin dall’inizio, per allestire il proprio impianto “pre-pilota”. «Presto – annuncia Roberto Viola, suo fondatore – diventerà pilota. Siamo partiti dall’osservazione della bioattività di molecole di microRna, per poi passare allo sviluppo di un processo di estrazione e purificazione. Ora l’intento è quello di portare la produzione su scale sempre più importanti, con un impianto industriale a tutti gli effetti. Il processo di scale-up è fondamentale per rendere un prodotto competitivo anche dal punto di vista dell’offerta sul mercato». Mercato che, nel caso di Mirnagreen, è quello alimentare e nutriceutico. L’interesse della startup per l’Alto Adige è dettato da un fatto ben preciso: «Quando il nostro impianto sarà realizzato – spiega ancora Viola – avremo bisogno di diverse decine di tonnellate di biomassa vegetale. I nostri prodotti derivano dalla valorizzazione di sottoprodotti dell’industria alimentare, in particolare della vinificazione, della distilleria, e della produzione di birra e succhi di frutta. E che qui sono disponibili in grandi quantitativi. Il che ci consente di aggirare l’ostacolo legato alla stagionalità e alla deperibilità di quella che per noi è la materia prima».

SCHEDA

Ma veniamo ai numeri. Dal quinto rapporto «La bioeconomia in Europa», realizzato dalla Direzione studi e ricerche di Intesa San Paolo, emerge che in Italia il giro d’affari legato al mondo del business sostenibile ha raggiunto i 328 miliardi di euro nel 2017. Ovvero il 10,1% della produzione complessiva, un business che dà lavoro al 7,7% degli occupati (più di 2 milioni di persone). Un fenomeno in crescita (+1,9% rispetto al 2016) anche se, precisano i ricercatori, «grazie al contributo positivo della maggioranza dei settori considerati e, in particolare, dei comparti di agricoltura e industria alimentare». Crescita che però non è andata di pari passo con quella in termini di occupazione (+0,2%), «condizionata dalla dinamica negativa in particolare nel settore agricolo».

Nel confronto con gli altri Paesi comunitari (in termini assoluti, sulla base del valore della produzione della bioeconomia) l’Italia si piazza al terzo posto, preceduta da Francia (357,7 miliardi) e Germania (402,8 miliardi). Ai piedi del podio Spagna (220,6 miliardi) e Regno Unito (189,8 miliardi). In termini -sempre assoluti – di occupati invece, ci portiamo a casa la medaglia d’argento con 2 milioni di addetti, contro i 2,1 della Germania e l’1,7 della Francia. Più interessante l’analisi in termini relativi, dalla quale emerge il maggiore peso della bioeconomia in Spagna e in Italia dove, sul totale delle attività economiche, incide rispettivamente per il 10,3% e il 10,1% in termini di produzione, e del 7,7% e dell’8% se si considerano i risvolti occupazionali.

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