9 min read
FACEcamp, l’edilizia che rispetta la natura. «La nostra sfida? Costruire esperienze umane»
Condividi questa news
WhatsappWhatsapp
2019-07-01 2019-06-13 13 Giugno 2019 - Gabriele Crepaz
9 min read
Image

Nella costruzione dinamica delle facciate stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione. Oltre all'efficienza energetica, al rapporto costo-efficacia e al design, entra in gioco una nuova dimensione: il comfort. In occasione della conferenza «The Future Envelope» gli esperti sono partiti da varie domande: come dobbiamo costruire se poniamo l’essere umano al centro dell’attenzione? Cosa dobbiamo calcolare, prevedere e a che cosa dobbiamo rinunciare?

Senza dubbio l’edilizia è il settore in cui noi adulti riusciamo ad esprimere al meglio la nostra giocosità. Sviluppiamo modelli, simuliamo situazioni, immaginiamo le forme più esagerate. Poi ci sono i computer che ci permettono di ricreare quei magnifici castelli di sabbia tanto amati da bambini senza che, come allora, il vento e il mare riescano a distruggerli. D'altra parte, però, sono proprio i computer a rendere molto più complessa la progettazione. Tanto che oggi la nostra mente non è più in grado di immaginare ciò che le macchine riescono davvero a progettare. 

Si racconta che Zaha Hadid, l’archistar che di fatto ha rinunciato alle linee rette, abbia affermato: «Prima di assumere un nuovo collaboratore compro un nuovo computer». È probabile quindi che «FACEcamp» e la conferenza «The Future Envelope» le sarebbero piaciuti.

FACEcamp: punto di incontro fra ricerca e impresa

FACEcamp è un progetto Interreg italo-austriaco che coinvolge Alto Adige e Tirolo del Nord. Noi, però, preferiamo definirlo un centro per la ricerca e l’innovazione nel mondo delle facciate complesse. Un punto d’incontro tra istituti di ricerca e aziende del settore. A tirare le fila ci sono, a Bolzano, Eurac Research e l’Ecosystem Constructions di IDM Alto Adige. In Alto Adige, territorio di montagna, l’edilizia non è mai stata solo una questione di estetica, ma soprattutto una questione di risorse, di conformazione del terreno e di luce. Anche per questo l'innovazione altoatesina ha sempre avuto un carattere forte, come la natura che sovrasta il territorio. E questa è anche la forza propulsiva di NOI Techparkdove la ricerca delle soluzioni migliori si fa con la forza e la tenacia di un’arrampicata in parete. Le esperienze vengono condivise, analizzate scientificamente e utilizzate per creare nuove soluzioni. Così a fine maggio ingegneri, progettisti, architetti, aziende e consulenti si sono riuniti a Bolzano per la dodicesima edizione di «The Future Envelope», conferenza nata all’interno del progetto FACEcamp. L’argomento trattato: il futuro delle facciate e della loro costruzione. In quest’occasione sono stati presentati anche i risultati di Face 3, il corso ad altissimo livello, anche questo parte di FACEcamp, che ha visto la partecipazione di esperti provenienti da sette Paesi diversi. «Ci stiamo avvicinando al nostro obiettivo — dice il coordinatore di FACEcamp, Stefano Avesani, esperto di energie rinnovabili di Eurac Research —. Stiamo costruendo un centro di competenza europeo per la costruzione di facciate innovative con il quale vogliamo offrire ricerca, conoscenza e possibilità di formazione». «Il progetto è nato anche grazie al sostegno della nostra filiera per le facciate in Alto Adige — aggiunge Carlo Battisti, coordinatore del progetto per IDM Alto Adige —. Attraverso la ricerca applicata queste aziende vogliono aumentare il grado di innovazione dei loro prodotti».

L’edilizia al servizio dell’uomo (che non è perfetto e lo sa)

Ci sono nuovi aspetti nell’edilizia che ci fanno «andare oltre». Ovvero oltre il design funzionale, oltre l'efficienza energetica, oltre l'economia. È in corso un cambiamento di paradigmi epocale. Punto primo: l’uomo viene posto al centro di ogni attività. Punto secondo: non sono mai stati fatti calcoli così accurati; e solo quando disponiamo di dati esatti possiamo trarre le giuste conclusioni. Terzo: ci siamo accorti di non riuscire a essere perfetti. Una consapevolezza dalla quale nasce, spontanea, la domanda: dobbiamo proprio esserlo? 

Ma che cosa conta veramente? È questo il quesito base al quale hanno cercato di rispondere i relatori di «The Future Envelope». «Non basta prevedere delle grandi vetrate» spiega Wilfried Pohl di Bartenbach, lo specialista in sistemi di illuminazione in Nordtirolo.  «Dobbiamo costruire nel miglior modo possibile», afferma invece Darren Woolf, responsabile di fisica delle costruzioni presso Hoare Lea a Londra. Ed è stato proprio lui che ha cercato di spiegare il concetto di comfort che sta conquistando ingegneri e architetti: «Parliamo di comfort visivo, termico e acustico: ossia quanto freddo, quanto caldo, quanta luce, quali suoni e quali rumori, che qualità dell'aria. Non costruiamo più case, costruiamo esperienze umane».

Il sole in ufficio: come farlo accettare da (quasi) tutti

Nel Living Lab Smart Office Space a Kaiserslautern si verifica quando e come le persone si sentono a proprio agio in un edificio. Il laboratorio di ricerca è un progetto congiunto del Politecnico di Kaiserslautern e del Centro di ricerca tedesco per l'intelligenza artificiale. Sabine Hoffmann, professore di ingegneria civile, e il suo team hanno sviluppato un metodo di simulazione che può prevedere quali sensazioni possa provare una persona all'interno di un edificio: «Calcoliamo come la luce del sole colpisce le singole parti del corpo. Poi facciamo confluire queste informazioni in un modello che ci permette di calcolare la trasmissione del calore all’interno del corpo umano». Piccolo problema: le persone hanno percezioni molto diverse a seconda delle circostanze. Cosa succede, se una persona è malaticcia, se è stata a lungo in un ambiente con una temperatura molto diversa, se nella stanza ci sono più persone? «Ci sono tantissimi fattori. Ecco perché è necessario fare molti test» conclude Hoffmann. Ci stiamo avvicinando a condizioni ideali, usando esperienze reali per ottimizzare i modelli delle simulazioni.

Controvento: ingegneri vs architetti

La realtà è ostica. Difficile da prevedere, ma, in qualche modo, la si può calcolare. Chiara Pozzuoli, windengineer presso RWDI a Londra, mostra un video: grattacielo di New York, quinto piano, non proprio altissimo, dunque. I lampadari oscillano, la gente barcolla. Un terremoto? No, solo vento. «In una situazione simile nessuno si sente bene» spiega. In tutto il mondo RWDI sta testando modelli di grattacieli nelle proprie gallerie del vento, esponendoli alle condizioni atmosferiche più dure. Inoltre, misura il modo in cui nuovi edifici possano alterare il flusso delle correnti e se le risacche possano mettere in pericolo i pedoni. A volte, dopo questi test, i progetti vengono rivisti e modificati. Ne è un esempio il Burj Khalifa di Dubai, che con i suoi 800 metri d’altezza è l'edificio più alto del mondo. «Il fatto che questo edificio si sviluppi verso l’alto come una scala e che sia più stretto alla sommità per ridurre l’attrito del vento è il frutto della nostra collaborazione con gli architetti progettisti» conclude Pozzuoli.

Modelli 3D e strumenti software sono i nuovi assistenti dei progettisti

Gli scienziati sono fissati con i numeri. Strumenti software, modelli 3D, gallerie del vento sono i nuovi “assistenti” dei progettisti. «Senza di loro oggi non potremmo più costruire nulla», sostiene Harald Spitaler, design-manager di Pichler Project, specialista altoatesino nella costruzione di facciate e presente, insieme a Frener & Reifer, sul mercato internazionale. Dove possibile, si calcola, si simula, si prevede. Pichler Project, per esempio, per progetti su larga scala si affida a un cosiddetto assistente di progettazione. «Ciò richiede una pianificazione rigorosa, anche prima della firma del contratto, ma risparmia problemi e riduce i costi durante la costruzione».

La perfezione che non spaventa

Sembriamo sulla buona strada per raggiungere la perfezione. Eppure continuiamo a crearci nuovi problemi e ostacoli. Il cambiamento climatico ci impone nuovi calcoli, spiega Pozzuoli: «Non possiamo più fare affidamento su dati esistenti, abbiamo bisogno di aggiornare le nostre conoscenze, dobbiamo prevedere il futuro».  

«Le facciate non sono fatte per durare in eterno — sostiene Jan Cremers del Politecnico di Stoccarda —. Nascono continuamente nuovi materiali che ci conquistano. Inoltre i gusti delle persone cambiano». Quindi c'è spazio per progettisti, ricercatori, tecnici. «In futuro ci sarà un salto di qualità nello sviluppo di materiali che hanno proprietà mutevoli», ricorda Hoffmann. Mentre la preoccupazione principale di Darren Woolf sarà quella di trovare un equilibrio tra le possibilità di progettazione e le sensazioni di chi poi dovrà fruire degli edifici. «Gli edifici devono comunicare, con le persone, con il contesto, con la natura — ribadisce Pozzuoli —. Non possiamo più togliere spazio alla natura, ma crearne di nuova». Questo sarà possibile solo fino ad un certo punto, le risponde Pohl. «L'uomo deve essere in grado di continuare a controllare il suo ambiente. Altrimenti non accetterà la tecnologia». 

Troppa tecnologia nel privato può stancare anche chi ne è a contatto quotidianamente per lavoro. Due mesi fa Pozzuoli si è trasferita da Londra a Milano per seguire le attività europee di RWDI. «Vivo in una casa del 1911 — dice —. Ho cercato un po’ di tradizione e storia». Anche Woolf abita in un contesto all’antica. La sua casa è un edificio storico. «In termini di efficienza energetica è un disastro». Perché solo le nostre radici, talvolta, ci fanno sentire realmente a casa.

Fact Sheet

FACEcamp è un progetto Interreg italo-austriaco tra l'Alto Adige e il Tirolo del Nord, che ha lo scopo di promuovere la cooperazione di istituti di ricerca e aziende nel campo della costruzione di facciate dinamiche. Il progetto è coordinato da Eurac Research, in collaborazione con IDM Alto Adige e l'Università di Innsbruck. Sono coinvolti nel progetto l’azienda altoatesina Frener&Reifer, la start-up, sempre altoatesina, Glassadvisor e gli specialisti della luce e della protezione solare tirolesi Bartenbach e Hella. 

Face è un programma di formazione all’interno di FACEcamp. Il nome è l'acronimo di “Façades architecture construction engineering”. Face 3, che ha avuto un enorme successo, ha attratto professionisti di sette nazioni. «I risultati sono impressionanti — afferma il coordinatore di FACEcamp Stefano Avesani di Eurac Research —. Per questo ci sarà una quarta edizione, probabilmente già nel 2020». 

All'Istituto di energie rinnovabili di Eurac Research i ricercatori di vari laboratori stanno lavorando per migliorare i sistemi di facciata multifunzionale. Nuove conoscenze, strumenti innovativi, sistemi di misurazione e monitoraggio sono forniti alle aziende per i test. «Abbiamo visto che molti strumenti esistenti devono essere semplificati o necessitano di una guida. Ci impegniamo a migliorare questi strumenti in modo che possano essere utilizzate dalle aziende» conferma Avesani. Presto il prototipo di una facciata complessa verrà testato all'aperto.

Condividi questa news
WhatsappWhatsapp