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Dagli scarti di frutta e verdura la chiave per combattere le infiammazioni
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6 Agosto 2019 -
Chiara Currò Dossi
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A NOI Techpark il primo impianto di estrazione di microRNA su larga scala. Lo brevetta Mirnagreen, start-up che punta a rivoluzionare la nutraceutica. «Il vero valore sta nella natura: la stessa filosofia che abbiamo trovato in Alto Adige»

«Abbiamo scoperto uno dei segreti della natura. Da sempre l’uomo guarda alle piante per la loro efficacia sulla salute, e il loro rapporto è sempre stato mediato, anche se inconsciamente, da molecole di microRNA. Il che potrebbe essere all’origine della medicina tradizionale». E, oggi, anche alla base di una start-up innovativa come Mirnagreen, che si appresta a lanciare il primo impianto pilota per l’estrazione di microRNA, sviluppato negli spazi di NOI Techpark. A spiegarlo è il suo fondatore, Roberto Viola: penna in mano, si prodiga a disegnare su un foglio sequenze di basi azotate per svelare anche a noi questo segreto. Che poi è il progetto al quale lavora con un team di altri quattro esperti.

Partiamo dal nome. Che cosa significa Mirnagreen?

«È formato da due termini: mirna e green. Il primo è l’abbreviazione colloquiale usata dalla comunità scientifica per parlare del microRNA. Il secondo è indice della nostra filosofia: la volontà di creare modelli di business sostenibili. Nella convinzione che il vero valore stia nella natura, non in noi. Anche per questo non ci consideriamo un’azienda bio-tech: estraiamo il microRNA con metodi naturali, senza solventi chimici».

Che cos’è il microRNA?

«Si tratta di piccoli pezzi di RNA, una parte degli acidi nucleici contenuti in tutti gli organismi, con funzione di traduzione del DNA. Una sorta di software operativo, per intenderci. Nel secolo scorso sono stati scoperti, per l’appunto, questi piccoli frammenti nel verme C. elegans, un animale modello usato per gli studi di genetica. Inizialmente erano stati considerati irrilevanti, dei prodotti di degradazione dell’RNA, ed etichettati, appunto, come “junk”. Anzitutto per la loro grandezza: per l’RNA si parla di sequenze di 4-5 mila nucleotidi, per il microRNA, che si trova in fondo alle sequenze di RNA, di appena 20. Solo più tardi, come sempre accade nella scienza dove si deve mettere in discussione ciò che è dato per certo, si è cominciato a studiare se fosse possibile utilizzarli».

Come?

«A livello di sistema immunitario. Sempre su questo verme sono stati condotti i primi esperimenti, con tecniche genetiche. Si è eliminato un frammento di microRNA, e si è osservato che, così facendo, il verme non riusciva più a formarsi. Insomma, l’eliminazione aveva una forte incidenza sullo sviluppo dell’organismo, motivo per cui si è cominciato a studiarlo in maniera più approfondita. In una decina d’anni sono nati molti gruppi focalizzati che hanno osservato la sua funzione chiave di regolazione dei processi genetici, in particolare della quantità di proteine prodotte».

Cosa c’entra il sistema immunitario?

«C’entra perché il microRNA, nelle piante come negli animali, ha una funzione di protezione dai patogeni. Le piante non hanno un sistema immunitario, e quando un virus le attacca, introduce una parte del proprio RNA nelle cellule vegetali. Il meccanismo di difesa che si innesca passa per la moltiplicazione e lo spezzettamento dell’RNA del virus, e dell’invio di segnali al resto della pianta. Un aspetto sotto il quale abbiamo fatto una scoperta inattesa: il microRNA di origine vegetale ha un effetto molto potente sul sistema immunitario dei mammiferi, spegnando la reazione antinfiammatoria che si innesca con la presenza di patogeni e di microRNA proveniente da altri organismi. Si tratta quindi di capire il perché».

Vi siete già dati una risposta?

«In parte. Abbiamo notato che per avere un effetto antinfiammatorio sono sufficienti concentrazioni molto basse. Parliamo di nanogrammi di microRNA vegetale. Quello di origine animale, invece, non provoca reazioni a basse concentrazioni, mentre in grandi quantità dà origine all’infiammazione. Come se il sistema immunitario fosse in grado di riconoscere l’origine. Di fatto è sensibile al gruppo metile, una sorta di timbro, di segnalatore, che le piante applicano alla fine di ciascuna sequenza lineare di basi azotate. Di ciascun “pezzo” di RNA, insomma. E abbiamo notato che, togliendo questo gruppo metile, l’effetto antinfiammatorio si riduce di molto».

Questo dal punto di vista tecnico. Nella vita di tutti i giorni che applicazione potrebbe avere?

«Stiamo lavorando su un’ipotesi. Da sempre le piante sono la maggior fonte della nostra dieta. O almeno così è stato per milioni di anni, solo nelle ultime migliaia le cose sono cambiate. Crediamo che il sistema immunitario dei nostri antenati, abituati a mangiare dai 3 ai 5 chili di frutta e verdura al giorno, si sia evoluto in modo da non attivare il sistema immunitario in presenza di microRNA vegetale nell’intestino. Diversamente, nei confronti del microRNA animale, scatta la reazione infiammatoria, come in presenza di un virus. Perché si abbia un effetto antinfiammatorio, insomma, le opzioni sono due: o si assumono 2 chili di frutta e verdura al giorno, o si integra. Ma la prima via sembra incompatibile con la nostra storia evolutiva. Dal Paleolitico a oggi è aumentato il consumo di altre fonti di calorie, tanto che mangiamo, in media, solo 300-400 grammi di frutta e verdura al giorno. Ce ne manca una bella fetta. Per questo stiamo pensando a un integratore che non sia un prodotto d'élite. Vorremmo che del nostro ingrediente venisse fatto l’uso più diffuso possibile, in campo cosmetico, nutraceutico e di alimenti e bevande funzionali».

Che effetti hanno avuto questi cambiamenti sulla nostra salute?

«Una volta l’uomo aveva una protezione naturale contro certe malattie, oggi no. Parliamo, soprattutto, di infiammazioni croniche e di patologie autoimmuni. Il nostro sistema immunitario è sovrastimolato, non reagisce più solo ai virus ma anche all’alimentazione, allo stress e a stimoli fisiologici vari. Il che è all’origine di gran parte delle cause di morte a livello globale. Rispetto a 50 anni fa le malattie infettive sono state quasi debellate, a fronte di una sempre maggiore diffusione di patologie non trasmissibili ma accomunate da una radice infettiva, quali cancro e malattie cardiovascolari indotte dagli stili di vita occidentali».

Cosa state facendo negli spazi di NOI Techpark?

«Stiamo studiando un nuovo metodo di estrazione di microRNA su larga scala. Abbiamo già depositato il brevetto per quello che diventerà il primo impianto al mondo. Attualmente siamo in fase pre-pilota: siamo partiti dall’estrazione di 100 grammi in laboratorio, ma da settembre produrremo un chilo di microRNA al mese, partendo da 1.000 di materia prima».

Di che materia prima stiamo parlando?

«Di prodotti della trasformazione alimentare dei vegetali. Quelle di microRNA sono molecole robuste, in grado di sopravvivere a tali processi. Crediamo sia possibile un’economia circolare, integrando il nostro processo alle filiere già esistenti. Con NOI Techpark stiamo conducendo una serie di valutazioni sull’Alto Adige perché pensiamo di appoggiarci alle aziende che trasformano la frutta. E quindi di utilizzare i residui delle produzioni di succhi, ma anche di birra. A breve partiremo anche con uno studio sul vino».

Prima di approdare a Bolzano siete passati per il Trentino. Cosa vi ha portati qui?

«La filosofia di NOI Techpark, soprattutto per quel che riguarda le direttrici benessere e agrifood. In più parliamo di un territorio attento alla qualità dei suoi prodotti e dove il sistema di contributi funziona molto bene per le start-up. La nostra attività è partita nel 2015, come spin-off della Fondazione Edmund Mach, passata poi per la Industrio Venture, un acceleratore privato con sede al polo di Meccatronica di Rovereto. Dal 2017 ci siamo trasferiti a NOI Techpark, dove abbiamo trovato spazi molto validi anche se non ritagliati su misura per attività come la nostra. Il punto forte è rappresentato dalla presenza, insieme, di strutture di ricerca e piattaforme tecniche per migliorare i processi di sviluppo di un prodotto. Non c’è una separazione istituzionale, ed enti come Eurac Research e la Libera Università di Bolzano restano autonomi ma sotto il cappello di NOI Techpark. Del resto, la finalità è comune: creare innovazione».

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