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Un camoscio di 400 anni fa per studiare il DNA umano
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2020-09-09 2020-09-09 9 Settembre 2020 - Alexander Ginestous
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L’animale ritrovato in Valle Aurina, dove era stato sepolto dai ghiacci, racchiude informazioni preziose per l’umanità e rivoluziona la ricerca scientifica sulla conservazione

Lo scenario è quello di una rilassante passeggiata estiva in montagna: i panorami mozzafiato delle catene montuose altoatesine, i sassolini che stridono sotto le scarpe e l’aria pulita da respirare lontano dai centri abitati. Deve aver pensato a tutte queste cose Hermann Oberlechner, alpinista della Valle Aurina, quando ha deciso di infilare gli scarponi per salire a 3.200 metri d’altezza lì tra le sue montagne. Non sapeva ancora però che quella passeggiata lo avrebbe portato molto presto agli onori della cronaca. È stato lui, infatti, a ritrovare una mummia di camoscio che era rimasta ibernata per ben 400 anni e che è stata rilasciata solamente adesso dalle nevi che si stanno ritirando.

Un ritrovamento che ha messo immediatamente in moto la macchina della ricerca, dato che Oberlechner ha capito fin da subito che si trattava di un reperto particolare: “Metà del corpo dell’animale emergeva dalla neve. La pelle aveva l’aspetto del cuoio, era completamente senza pelo. Ho fatto subito una foto e l’ho mandata al guardiacaccia, insieme abbiamo poi avvisato la Ripartizione Beni culturali. Non avrei mai immaginato che fosse lì da così tanto tempo”, racconta l’alpinista. È stata proprio la Ripartizione, dopo aver riportato il reperto a valle grazie al prezioso aiuto delle Truppe Alpine, ad affidarlo ad Eurac Research che nel Laboratorio per lo studio delle mummie di NOI Techpark a Bolzano lo analizzerà e vi condurrà ricerche scientifiche dedicate.

Una scoperta rivoluzionaria

La scoperta di questa mummia naturale è destinata a rivoluzionare il mondo della ricerca sui “viaggiatori del tempo”. Il reperto presenta infatti un’età e uno stato di conservazione che lo rendono un perfetto simulante di mummia umana, aprendo così la strada a nuove scoperte sul DNA e contribuendo alla definizione di un protocollo universale di conservazione delle mummie. “Il nostro obiettivo è utilizzare i dati scientifici per elaborare un protocollo di conservazione valido a livello mondiale per le mummie dei ghiacci. È la prima volta che una mummia animale viene utilizzata in questo modo” aggiunge Albert Zink, direttore dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research. La mummia è conservata in una cella refrigerata a -5C° nel laboratorio di NOI Techpark e presto verrà utilizzata utilizzare per analizzare i parametri ideali per la conservazione di reperti simili.

“Prossimamente verrà costituito un gruppo di lavoro formato da diversi ricercatori che lavoreranno in maniera multidisciplinare per individuare una ricerca adatta agli obiettivi dell’Istituto. Grazie ai nostri studi precedenti conosciamo i parametri fisici e chimici ottimali per conservare i reperti dal punto di vista microbiologico. In laboratorio porteremo il camoscio a tali condizioni e poi ci concentreremo sugli effetti sul DNA. Con ripetute e approfondite analisi verificheremo quali alterazioni subisce il DNA al variare delle condizioni esterne”, spiega Marco Samadelli, esperto di conservazione dell’Istituto per le Mummie di Eurac Research.

Nei reperti mummificati il DNA è spesso deteriorato e presente solo in quantità minime. Di fronte a un nuovo ritrovamento come quello del camoscio gli esperti si confronteranno per capire come continuare a conservarlo senza danneggiare il DNA antico. Ogni azione ha, infatti, conseguenze irreversibili sui frammenti di DNA, per questo sui reperti umani non è possibile sperimentare nuove tecniche. Al contrario, una mummia animale intatta è un simulante perfetto per fare ricerca soprattutto se le sue condizioni sono simili a quelle di molte mummie dei ghiacci ritrovate nel mondo, come ad esempio Ӧtzi e la ragazza Inca Juanita. Inoltre, proprio lo scioglimento dei ghiacciai sta contribuendo in maniera massiccia a ritrovamenti sempre più numerosi di reperti, anche biologici. Nel caso del camoscio, la mummia era coperta da neve fresca e da uno strato di ghiaccio rimosso utilizzando strumenti da scavo archeologico. Un’operazione di precisione chirurgica ideata per ridurre al minimo la contaminazione del reperto e garantirne la conservazione.

Quattro laboratori, un unico filone di ricerca

I laboratori per lo studio delle mummie sono stati inaugurati un anno fa negli spazi di NOI Techpark e fanno della multidisciplinarietà il loro punto di forza. Quattro laboratori, a stretto contatto uno con l’altro, che lavorano in simbiosi creando così un unico filone di ricerca. C’è il laboratorio di antropologia dove i ricercatori possono verificare la completezza dei resti ossei e lo stato del reperto, certificando così tutte quelle informazioni come età, sesso e cause della morte fondamentali per i prossimi passi. C’è il laboratorio per il DNA antico dove tramite le analisi molecolari si riesce a risalire a una quantità preziosa di informazioni, come l’origine genetica e le relazioni di parentela con altri reperti dello stesso sito. Si passa poi al laboratorio per il DNA moderno dove si affinano le tecniche di analisi per esaminare in maniera ancora più esaustiva il reperto, anche quelli affidati da partner esterni eseguendo così un lavoro di consulenza sulle specifiche tecniche di conservazione. E proprio a questo aspetto è dedicato il laboratorio di conservazione che collabora con musei di tutto il mondo.

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