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“E’ solo una crisi, passerà. Non smettiamo di credere nel futuro. E pensiamo a rendere divertente la soluzione dei problemi”
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2020-04-11 2020-04-10 10 Aprile 2020 - Gabriele Crepaz
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Intervista a Gabriele Fischer, caporedattrice di brand eins: «Se qualcuno decenni fa mi avesse dato in mano un copione che avesse avuto per tema le attuali conseguenze della digitalizzazione e della globalizzazione, e in più i “Fridays for Future” e il Coronavirus, avrei detto: "Ragazzi, questo sarà un brutto film, buttate via il copione". Ma oggi questa è la nostra realtà. Quando il lockdown terminerà, molto denaro sarà pompato nell'economia, e tutti spereranno di ripristinare le vecchie strutture. Questo è il piano. Ma fortunatamente non avrà successo»

Bolzano, 2 aprile, quarta settimana di coprifuoco. Intervisto da remoto Gabriele Fischer, caporedattrice della rivista economica brand eins ad Amburgo. Attraverso lo schermo è però lei a pormi la prima domanda: «Come va in Alto Adige?» Da persona a persona. Seguendo la linea editoriale di brand eins e a maggior ragione ora, che interagiamo in modo digitale ma per il resto restando fermi. A casa come nell’economia. Eppure Gabriele Fischer è preparata alla crisi. Per sette anni la sua rivista si è trovata più volte sull’orlo del collasso. Sostiene che il Coronavirus non la spaventa. No? E quando si parla del perché la digitalizzazione ci salva ma non è affatto la soluzione? Quanto è grande il mondo adesso e che peso dare alla tutela del clima? Come dimostriamo ai dipendenti e ai clienti che crediamo nel futuro? E perché dobbiamo finalmente rivedere i nostri amici?

Gabriele Fischer, è appena stato pubblicato il numero di aprile di brand eins. Tema principale: investire. Come fa ad essere così sicura che al momento investire sia la cosa giusta da fare?

«Il numero lo abbiamo pianificato prima del Coronavirus. E quando iniziò la crisi, abbiamo riflettuto a lungo se cambiare o meno qualcosa. Alla fine abbiamo deciso di non cambiare nulla. Perché in questo numero vogliamo dimostrare che investire significa scommettere sul futuro, dal momento che chi investe crede immancabilmente nel futuro – e questo modo di pensare diverrà ancora più importante passato il Coronavirus. Infatti, non appena finito il lockdown, occorrerà darsi da fare ancora di più per il nostro futuro. Non solo per ricostruire un po’ tutto, ma anche per trarre le conseguenze da tutto ciò che abbiamo osservato e imparato durante questo periodo di inattività. Ad esempio, che aspetto possono avere le nuove catene di fornitura, avremo bisogno di nuovi prodotti, di un nuovo modello di consumo? A proposito, la rivista propone anche un ulteriore argomento: come investire su se stessi? Ora che rimaniamo seduti a casa abbiamo tempo per pensare – a meno che non ci troviamo bloccati in una videoconferenza…».

Per sicurezza glielo chiedo: allora non bisogna risparmiare?

«Sicuramente è bene avere delle riserve in tempi come questi. E anche chi mette da parte soldi per realizzare prima o poi un proprio sogno, crede nel futuro. L’idea di base del numero di aprile è: chi investe vuole che qualcosa migliori. A differenza di coloro che dicono: “Per amor del cielo, lascia che tutto rimanga così com’è”. Ma la pandemia attuale ci dimostra in modo chiaro che questa speranza è ingannevole».

“Finito il lockdown si dovrà fare di più per il nostro futuro. Non solo per ricostruire tutto, ma anche per trarre le conseguenze da ciò che abbiamo osservato e imparato durante questo periodo di inattività.”

Chi investe ha fiducia nel futuro. Ma come si fa a pianificare se non si sa nemmeno cosa accadrà?

«Non lo so neppure io, ma con ciò non voglio dire che dobbiamo smettere di immaginarci il futuro o non darci più da fare. Per questo stiamo avendo questa conversazione, per questo il mio team e io continuiamo a pubblicare, per questo stiamo pensando a come sopravvivere anche di fronte a un quasi crollo delle vendite pubblicitarie. Ad esempio, due anni fa abbiamo fondato brandeins-Safari, una filiale che offre peer-group workshop (laboratori per gruppi alla pari) di successo. Nel periodo attuale in cui i contatti sono vietati, questi workshop non sono più possibili. Ma l’idea rimane ancora valida e quindi stiamo pensando a come modificarne l’offerta ai tempi del Coronavirus. Molte aziende con cui siamo rimasti in contatto stanno facendo lo stesso. Si interrogano se stanno offrendo i prodotti giusti, se devono cambiare le catene di fornitura o rivedere le proprie priorità. E un’altra questione fondamentale per l’economia è la seguente: cosa possiamo fare per quei dipendenti che sono diventati improvvisamente di importanza sistemica? Sono questioni fondamentali, che sono state trascurate in tempi di boom economico, quando tutto ciò che contava era rendere ogni cosa ancora più veloce, più digitale, più efficiente. Ora dovremo darci delle risposte».

Quindi investimenti in dipendenti, prodotti e logistica. E il marketing?

«Per quanto riguarda questa domanda sono di parte».

Senza pubblicità la vostra rivista non avrà più soldi.

«Dal punto di vista di una fondatrice di una rivista, devo dire sì, per favore, pubblicizzate! Cosa che peraltro non fa nessuno al momento. E lo capisco. Per questo proponiamo ai nostri inserzionisti un’alternativa. Possono acquistare abbonamenti per i loro clienti o partner commerciali. Anche questa è un'opportunità per attirare l'attenzione su di sé. Stiamo anche pensando a come creare offerte su misura per coloro che vogliono avvicinarsi ai loro clienti ma non sanno esattamente come. Nella situazione attuale, ogni imprenditore deve riflettere su come mantenere i contatti con i propri clienti e su come mostrare che crede in un futuro migliore del presente».

 

“Nella situazione attuale, ogni imprenditore deve riflettere su come mantenere i contatti con i propri clienti e su come mostrare che crede in un futuro che può essere migliore del presente.”

Qual è l’errore più grande che un imprenditore possa fare in questa crisi?

«Perdere il coraggio, farsi travolgere dalla sensazione che tutto sia finito. Il che non significa che non ci sia motivo di preoccuparsi; se scarseggiano i soldi, ad esempio. Abbiamo vissuto il tema delle preoccupazioni finanziarie in tutte le variazioni possibili, i primi dieci anni sono stati fondamentalmente un’unica grande preoccupazione per mancanza di denaro. In confronto, adesso non ci va neanche così male. Quello che abbiamo imparato è che invece di arrendersi bisogna pensare a cosa si può fare per migliorare».

Suona bene, ma in Germania mezzo milione di aziende fa lavorare i propri dipendenti a orario ridotto, qui in Italia ci aspettiamo invece una perdita di 100 miliardi di euro al mese. La paura è una cattiva consigliera. Come si rimane tranquilli?

«Il lavoro a orario ridotto non è sinonimo di paura, ma un metodo per mantenere la curva della crisi piatta e per sopravvivere. Lo ha dimostrato la crisi finanziaria del 2008. Come casa editrice, anche noi abbiamo richiesto lavoro a orario ridotto, in modo che le perdite pubblicitarie non ci rovinino nel minor tempo possibile. E in realtà, io la vedo come un investimento sul futuro. Crediamo nel futuro, se non fosse così licenzieremmo i nostri dipendenti: questo è ciò che esprime ogni impresa che fa richiesta di lavoro a orario ridotto. Ne abbiamo discusso anche nella nostra azienda. Stiamo facendo tutto il possibile per non perdere nessuno e superare questa crisi tutti insieme. Tutti i colleghi sostengono questa decisione e i tagli necessari».

Sembra molto calma. È questo l’umore che si percepisce in Germania?

«Credo che sia diverso da persona a persona. Quando vado al supermercato attraverso una strada con molti negozietti. Sono tutti chiusi e dietro ad ogni porta avverto la tristezza. E poi penso: spero che abbiate messo da parte qualche soldo, e spero che i 25.000 euro di sussidio che la Germania può dare a ogni piccola impresa siano d’aiuto. Ma non c'è dubbio che serpeggi molta paura e molto dolore. Anche le piccole e medie imprese ne risentono. I gruppi industriali hanno un contatto più diretto con il governo e quindi anche con il sostegno finanziario, mentre l'industria automobilistica, per esempio, ha avuto molti problemi anche prima del Coronavirus, che adesso non sono di certo diminuiti. Forse questo blocco forzato aiuterà a rimettersi in sesto. Per me, la cosa più difficile in questo momento è che tutti noi del team siamo a casa da soli. In passato, quando i tempi erano difficili, eravamo insieme in azienda. I colleghi potevano vedere che si ride comunque. E se un collega sembrava triste gli si poteva stare vicino fisicamente. Ora ci vediamo solo in videoconferenza. Il Coronavirus ha allontanato le persone ed è dura superare questa distanza».

 

“In passato, quando i tempi erano difficili, eravamo insieme in azienda. I colleghi potevano vedere che si ride comunque. E se qualcuno sembrava triste gli si poteva stare vicino fisicamente. Ora ci vediamo solo in videoconferenze. Il Coronavirus ha allontanato le persone ed è dura superare questa distanza.”

Ha detto che vuole vedere come stanno i dipendenti, poi capirà eventualmente cosa c’è da fare. Come li motiva adesso?

«Ogni mattina abbiamo una conferenza editoriale online. C’è molto dialogo, molto lavoro ma c’è un’infinita mancanza di emozioni. Non le posso quindi dire se sto riuscendo a motivarli. Stiamo vivendo il limite della digitalizzazione. Attualmente apprezziamo il fatto che grazie alla tecnologia possiamo scambiare idee oltre i confini fisici. Ma manca la prossimità».

Eppure, senza la digitalizzazione saremmo completamente tagliati fuori. Niente funzionerebbe. In che modo questo influenzerà il nostro mondo del lavoro? In modo permanente?

«Quello che dirò adesso è dovuto alla sensazione di solitudine della terza settimana: credo che impareremo ad apprezzare cosa significhi vedersi, e non attraverso una videocamera, ma dal vivo. D’altra parte, ora sappiamo cosa possono offrire i mezzi digitali. E magari in futuro ci domanderemo se dobbiamo veramente andare da Amburgo fino a Monaco per un meeting in cui si hanno a disposizione solo dieci minuti per parlare, o se non sia meglio partecipare attraverso una videochiamata. Io non prendo parte a questi eventi da ormai due anni. Secondo me c'è ora una disillusione sul fatto che la digitalizzazione ci dà molti strumenti, ma non sostituisce la vita. Direi che questa disillusione è positiva».

 

Che poi non sarebbe niente male. 

«Sarebbe fantastico! La digitalizzazione non può risolvere tutti i problemi. Ma di questo ne ero convinta ancor prima della crisi. Tuttavia, se qualcuno decenni fa mi avesse dato in mano un copione che avesse avuto per tema le attuali conseguenze della digitalizzazione e della globalizzazione, e in più i “Fridays for Future” e il Coronavirus, avrei detto: "Ragazzi, questo sarà un brutto film, buttate via il copione". Ma oggi questa è la nostra realtà».

“Secondo me c'è ora una disillusione sul fatto che la digitalizzazione ci dà molti strumenti, ma non sostituisce la vita. Direi che questa disillusione è positiva.”

L’aspetto positivo: ora la gente sta pensando a quali lavori hanno senso e quali no. Qual è la sua opinione a riguardo? Le aziende che non producono valore faranno scappare via i propri dipendenti in futuro?

«Beh, per arrivare a tanto dovrebbero prima essere trovate delle alternative. E questo in futuro risulterà estremamente difficile. Le persone erano alla ricerca di un senso ancor prima che iniziasse la crisi del Coronavirus e un domani questa ricerca potrà solo allargarsi ulteriormente. Abbiamo, ad esempio, un autore che una volta non ha potuto lavorare con noi perché è volontario della Croce Rossa in questo periodo di crisi. È questa sensazione di sentirsi necessari, di sentire che qualcuno ha bisogno di noi. Ormai si percepisce anche al supermercato. La maggior parte delle persone è amichevole nei confronti delle cassiere, e non è sempre stato così. Durante gli studi universitari ho lavorato come cassiera in un supermercato. È veramente incredibile quello che si vive in quell’ambiente. Magari discuteremo di questa ricerca di senso in un modo più radicale, ma allo stesso tempo non mi illudo: quando il lockdown terminerà, molto denaro sarà pompato nell'economia, e tutti spereranno di ripristinare le vecchie strutture. In fin dei conti, questo è il piano. L’unica cosa che potrei immaginare è che non avrà successo, e questa non sarebbe la cosa peggiore».

Infatti. Lei personalmente e tutta brand eins siete a favore del cambiamento. La rivista cerca idee per una nuova economia. Nell’editoriale scrive che dovremmo trarre una lezione per un futuro “che forse diventerà migliore, più di quanto pensiamo”. A cosa si riferisce?

«Questa frase si riferiva a un’intervista sul principio della massimizzazione dei profitti che sì, ha giovato alla nostra economia, ma portando con sé anche conseguenze negative. Per sostenere questo principio, i dipendenti sono stati pagati meno e la tutela dell'ambiente è stata trascurata solo per risparmiare sui costi». 

Ecco come abbiamo inteso finora la globalizzazione…

«Io sono una grande amica della globalizzazione. Credo che possiamo preservare questo mondo solo se lavoriamo insieme. Ma lavorare insieme non significa alzare delle barriere quando la situazione diventa difficile. Significa sostenersi a vicenda. Un vaccino contro il Coronavirus lo otteniamo solo se i migliori scienziati di tutto il mondo lavorano insieme, il che fortunatamente sta già succedendo. Anche se non pensiamo e non agiamo tutti allo stesso modo, il mondo in cui viviamo è lo stesso per tutti. E non possiamo essere indifferenti di fronte alla sofferenza delle persone nei Paesi poveri. E dovremmo essere felici se riescono a trovare il modo per andare avanti e svilupparsi. Quindi: nulla contro la globalizzazione, ma molto contro il fatto che la globalizzazione sia diventata un programma di riduzione dei costi, a scapito delle persone e dell’ambiente. Da 20 anni scriviamo su brand eins che puoi realizzare del profitto anche se sei buono con i tuoi dipendenti, offri un buon prodotto ai tuoi clienti e utilizzi al meglio le tue risorse. Questo è il nostro concetto. Spesso veniamo derisi per questo. Magari adesso si capirà che, in fin dei conti, non avevamo poi così torto».

“Io sono una grande amica della globalizzazione. Credo che possiamo preservare questo mondo solo se lavoriamo insieme. Ma lavorare insieme non significa alzare delle barriere quando la situazione diventa difficile.”

Ma è proprio questo tipo di globalizzazione che il virus ha creato. Come agiremo in futuro? Ci isoleremo o troveremo un modo per ritornare nel mondo globalizzato?

«Quando abbiamo iniziato con brand eins, uno dei nostri postulati era: la società industriale è l’era “dell’uno o dell’altro” e noi ci stiamo dirigendo verso l’era del “sia l’uno che l’altro”. In molti dibattiti ho notato che questa idea non è ancora arrivata. Abbiamo ancora la mentalità da “o uno o l’altro”. Ma probabilmente, questo virus ci dà la possibilità di ritornare a un’economia di mercato in cui anche i piccoli attori hanno un’occasione e a una globalizzazione che porta beneficio al maggior numero possibile di persone».

Al momento viviamo in una bolla di solidarietà e responsabilità sociale. Quale di questi valori ha il potenziale per sostituire a lungo termine il primato della crescita? 

«Io non vedo la crescita in modo così negativo. Di principio la crescita non è male. Istruzione, approvvigionamento energetico, mobilità, sanità – sono tutte cose che vorrei avere in abbondanza. Per molto tempo abbiamo collegato la crescita al fatto di possedere una seconda auto, il tredicesimo maglione o più rendimento. Questo non è ciò che per me significa crescita. Prendiamo come esempio l’hackathon #WirvsVirus, creato insieme al governo tedesco. Dal computer di casa, le persone hanno creato 1.500 idee con l’obiettivo di contrastare gli effetti sociali del Coronavirus. Non si sa cosa ne verrà fuori ma è un inizio: dobbiamo creare molte più strutture che rendano divertente la risoluzione di problemi. Per questo dico: vediamo cosa non ha funzionato ma non demonizziamo l’intera economia».

“Dobbiamo creare molte più strutture che rendano divertente la risoluzione di problemi.”

Si capisce che per lei l’economia è per le persone. Ma le persone sono imprevedibili. Prima del Coronavirus c’era la crisi climatica. Ora siamo felici che in Sardegna nuotino di nuovo i delfini ma ci facciamo ancora consegnare il cibo in confezioni di plastica. Perché siamo così miopi?

«Non credo che il dibattito sul clima sia finito, siamo solo distratti da altro al momento. Il Coronavirus ci insegnerà cosa significhi trovarsi in una situazione di stallo. Prima non ce lo saremmo mai immaginati. Ora sappiamo che è possibile. Ma noi non vogliamo nessuna situazione di stallo perché altrimenti rimaniamo bloccati. Smettetela di produrre, di prendere voli, di comprare: questa richiesta dei “Fridays for Future” non è ancora la soluzione. Il nostro compito è di pensare a una soluzione reale. D’altronde le innovazioni non crescono sugli alberi. Lufthansa ha cancellato quasi il 95 % dei suoi voli. E sì, molti viaggi sono inutili e superflui, ma non tutti. Ora che ripartiremo da zero è giunto il momento di riflettere su come potrebbe essere un programma di volo ragionevole e quanto costosi dovrebbero essere i voli per raggiungere migliori risultati con meno risorse. Questo vale anche per altri settori, avevamo semplicemente un po’ troppo di tutto. Mentre ora abbiamo l’occasione di riflettere e capire di cosa abbiamo bisogno realmente».

“Lufthansa ha cancellato quasi il 95 % dei suoi voli. E sì, molti viaggi sono inutili e superflui, ma non tutti. Ora che ripartiamo da zero è giunto il momento di riflettere su come potrebbe essere un programma di volo ragionevole, quanto costosi dovrebbero essere i voli, per raggiungere migliori risultati con meno risorse.”

Gabriele Fischer, torniamo un attimo a brand eins. Lei dice: “Siamo ben addestrati per i momenti di crisi”. Ma come ci si addestra alla modalità crisi?

«Per anni siamo stati sul filo del rasoio. Ci sono voluti sette anni perché brand eins iniziasse a fare profitto, per sette anni siamo stati alla ricerca di denaro e con ogni nostro interlocutore ci siamo domandati se sarebbe potuto diventare un eventuale investitore. A quei tempi siamo passati da una crisi all’altra, e ad ogni crisi abbiamo imparato qualcosa. Ad ogni crisi mi sono chiesta quale fosse lo scenario peggiore. Avrei potuto perdere i miei soldi, la mia pensione – e peggio ancora – la rivista, però ero sempre certa che non avrei mai perso mio marito, le mie amicizie o la mia vita. Ricreare di tanto in tanto questi scenari nella propria mente è un buon allenamento. Quando brand eins è stata fondata, ho puntato tutto quello che possedevo su questo progetto e negli ultimi vent’anni sono stata ampiamente ricompensata. Nel frattempo, ho di nuovo un piano pensionistico – ho anche qualche anno in più – e adesso può darsi che i miei piani vengano di nuovo silurati dal Coronavirus. Bene, allora sarà così. In quel caso dovrò inventarmi un’altra volta qualcosa di nuovo».

“Ad ogni crisi abbiamo imparato qualcosa. Ad ogni crisi mi sono chiesta quale fosse lo scenario peggiore.”

Quindi saremo più preparati per la prossima crisi rispetto al Coronavirus?

«Impariamo ogni giorno. È successa la cosa più inimmaginabile possibile e anche per me è stato così. I primi tre giorni ero sbalordita e mi sono chiesta: è finita? Come faremo adesso? Ora non lo penso più. Siamo tutti estremamente motivati e determinati a farcela insieme. Al momento non ho più paura».

Ci sarà quindi un nuovo numero della rivista. Con quale tema?

«C’è stata di nuovo una discussione accesa. L’idea che avevamo era intrattenimento. Poi ci sono venuti dei dubbi, dato che il numero dei decessi per Coronavirus aumentava di settimana in settimana. Ma ad Amburgo siamo alla terza settimana di isolamento e sento che non voglio più parlare con nessuno sulle regole di igiene, non voglio discutere se devo mettere la mascherina oppure no, non voglio nemmeno controllare ogni mattina le varie curve dei contagi. Ho letto le storie di questo numero e le trovo fantastiche. La mia storia preferita è quella dell’imprenditore Gru».

Il personaggio animato che vuole rubare la luna e tiene occupati i Minions che è in realtà un cattivo con un animo buono e sviluppa soluzioni follemente creative?

«Esatto, una storia sulle capacità imprenditoriali di Gru. Credo che in tempi come questi faccia veramente bene leggere storie di questo tipo. Quindi lasciamo le cose come stanno e facciamo intrattenimento».

SCHEDA

Gabriele Fischer e brand eins: persone al posto di numeri, storie al posto di tabelle.

Gabriele Fischer è la caporedattrice della rinomata rivista economica brand eins ad Amburgo. Nella vision della casa editrice si legge: “Cerchiamo idee per una nuova economia.” Fischer fece parte della redazione a capo di Manager Magazin fino a quando nel 1998 la casa editrice Spiegel-Verlag le offrì la posizione di caporedattrice della rivista Econy. Econy terminò dopo sole due pubblicazioni. La redazione e Gabriele Fischer erano dell’idea “che nella nostra piccola e colorata vita, Econy sia stata la cosa migliore che abbiamo fatto”. Nel 1999, insieme al suo team, Gabriele Fischer fondò brand eins. E passò da una crisi all’altra. Per sette anni, brand eins era in perdita. Ma Gabriele Fischer è rimasta fedele al progetto: “volevo dimostrarlo a tutti”, dice la giornalista ed editrice nell’intervista. Oggi brand eins conta 35 dipendenti, viene pubblicata a periodicità mensile con 66.000 copie vendute. Ogni numero tratta un argomento specifico. Nel 2016, Gabriele Fischer è stata nominata per la terza volta “giornalista economica dell’anno” dai media del settore Wirschaftsjournalist e Medium Magazin.

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