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Intervista ai tempi del coronavirus, tramite l’app Lifesize, con l’imprenditore Federico Giudiceandrea. Sulle start-up, sulle aziende, sull’essere innovatori
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2020-05-06 2020-04-29 29 Aprile 2020 - NOI Techpark
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“Riuscirà a sopravvivere solo chi saprà interpretare il proprio tempo, senza fermarsi mai. Fatelo, perché l’innovazione ha bisogno di qualcuno che si batta per ottenerla”

Sembra esserci vento in poppa, per le start-up. Nell’Odissea, quando il giovane Telemaco è nei guai, Omero ricorre al provvidenziale intervento di Mentore. Magari fosse così anche ai giorni nostri. Anche se, in realtà, in Alto Adige un pool di mentori c’è, e si trova nell’incubatore di start-up di NOI Techpark. Si tratta di una rete di imprenditori di successo che ogni anno regalano dieci ore di consulenza a chi muove i primi passi. Un sostegno che va oltre il mero aspetto economico. Ma chi è uno startupper? Quali errori deve evitare? Meglio essere soli o (ben) accompagnati? E in tempi di Coronavirus, chi ha più chances di farcela: un’azienda già avviata o una start-up? Per rispondere a queste e altre domande abbiamo sentito Federico Giudiceandrea, ossia la poliedricità fatta persona: imprenditore, presidente di Assoimprenditori Alto Adige, membro del NOI Board, business angel, mentore. E fiero di avere iniziato la carriera come startupper.

Cominciamo con una domanda non semplice... Al termine dell’emergenza da Covid-19, chi ne uscirà meglio: una start-up o un’azienda già avviata?

Federico Giudiceandrea: «In effetti è una domanda impegnativa. Di sicuro c’è che il mondo, e la popolazione mondiale, non saranno più quelli di prima. Sono anche certo che arriveranno tante nuove idee. A farcela quindi sarà chi non si è fermato. E gli startupper sono per definizione persone che portano novità. A perdere saranno le imprese che avranno dormito sugli allori. Per fortuna ci sono parecchie aziende che fanno dello sviluppo e della ricerca di miglioramento il loro pane quotidiano, aziende che possiedono il famoso spirito imprenditoriale».

Nel Dna di uno startupper c’è la predisposizione ad affrontare le difficoltà. Tuttavia le statistiche dicono che solo una start-up su dieci ce la fa: perché?

«Purtroppo le percentuali sono peggiori: a farcela è solo una start-up su 20... Non è facile buttarsi sul mercato. Molto spesso alcuni temi sono affrontati contemporaneamente in diverse parti del mondo da tantissime persone, che il più delle volte giungono alle stesse conclusioni. E quando queste idee iniziano a circolare, può succedere che un’azienda già avviata le faccia proprie. La concorrenza insomma è enorme e non basta essere bravi, bisogna anche avere la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto. Negli Stati Uniti e in alcune nazioni europee, ad esempio, le start-up hanno più probabilità di trovare finanziatori. Anche da noi però si può riuscire, a patto di essere caparbi e disposti a soffrire».

Questo può bastare a farcela?

«Secondo me sì. Io stesso ho iniziato come startupper...».

Infatti è questo suo trascorso a renderla ancora più credibile nel ruolo di mentore e business angel. Come fa a riconoscere se una start-up ha delle potenzialità?

«Innanzitutto cerco di capire qual è l’idea imprenditoriale. Prima ancora però, voglio capire chi è la persona che me la sta proponendo. E se possiede la disponibilità alla sofferenza di cui parlavo prima. Voglio capire quanto crede nella sua idea e cos’è disposto a fare per portarla avanti».

“Prima ancora però, voglio capire chi è la persona che me la sta proponendo. E se possiede la disponibilità alla sofferenza di cui parlavo prima. Voglio capire quanto crede nella sua idea e cos’è disposto a fare per portarla avanti”

Lei è uno dei mentori di NOI Techpark, una rete di imprenditori che mettono a disposizione gratuitamente le proprie esperienze. Ma perché un giovane startupper, che per definizione propone idee innovative, dovrebbe dare retta a un vecchio imprenditore? 

«Il nostro modello di mentorato si rifà a quello che abbiamo osservato nel 2018 presso l’ASTER, la società consortile di ricerca e innovazione dell’Emilia Romagna, nel quadro del progetto Interreg Startup.Euregio. A mio avviso è molto valido. Nel corso degli anni ho notato che mediamente si sono rivolti a me 3-4 innovatori l’anno. Adesso queste richieste sono state strutturate, nel senso che tramite NOI Techpark è possibile “prenotare” una consulenza con me o con gli altri mentori. Sono convinto che la funzione di un incubatore sia anche quella di mettere a disposizione l’esperienza di imprenditori che hanno percorso lo stesso cammino, affinché i giovani possano orientarsi. E parlando con gli startupper ho constatato quanto i miei consigli e i miei racconti siano apprezzati: spesso infatti mi sento dire “ah ecco, a questo non avevo pensato”. Una presa di coscienza che può aumentare le probabilità di sopravvivenza di una start-up».

A parte i soldi, cosa manca in primo luogo agli startupper?

«Alla maggior parte di loro manca la visione del mercato, ossia la capacità di mettersi nella testa del consumatore. I giovani imprenditori amano le loro idee e sono convinti che, siccome piacciono a loro, debbano piacere anche al resto del mondo. Purtroppo non è così. Anch’io ci ho messo qualche anno a capire che non dovevo fabbricare macchine con aspetti tecnici che piacessero a me, bensì macchine che fossero utili al cliente. Bisogna considerare, e valutare, le proprie idee dal punto di vista del mercato. La maggior parte però non è in grado di farlo».

“Anch’io ci ho messo qualche anno a capire che non dovevo fabbricare macchine che piacessero a me, bensì macchine che fossero utili al cliente”

Lei riesce a prevedere se una start-up ce la farà o meno?

«Guardi, tra noi investitori si usa parlare di track record, una sorta di percentuale di riuscita. Per calcolarla non ci vuole molto: basta contare le start-up in cui si è investito e vedere quante ce l’hanno fatta. Devo dire che il mio track record è abbastanza alto: più del 50 per cento».

Come si spiega questo risultato?

«Perché io stesso ho vissuto in prima persona questa esperienza e so quali sono i punti critici. E anche perché investo solo nei settori che conosco bene». 

A quali settori si riferisce?

«Io sono specializzato in tecniche di misurazione ottica. In questo settore ho sostenuto un buon numero di start-up, alcune delle quali sono diventate aziende di successo».

Quante sono le start-up in cui ha investito fino ad oggi?

«Guardi, le ho contate proprio recentemente: sono esattamente 18».

Lei sostiene le start-up attraverso la Microtec?

«Solo quando hanno a che fare con il mio settore. In passato aiutavo privatamente le start-up, poi qualche tempo fa ho fondato un’azienda – la Maurits srl – che fornisce finanziamenti e consulenza in materia di management e tecnologia».

Cui prodest, verrebbe da dire... Lei sarà pure un angelo investitore, in grado di spingere alla grande i suoi “protetti”. Al contempo però è un imprenditore, per cui le chiedo: lei investe solo in start-up che un domani potrebbero tornare utili alla sua azienda?

«Se io investo in una start-up come Microtec, la Microtec si aspetta giustamente un ritorno di qualche genere. Negli altri casi invece lo faccio in maniera disinteressata e anche molto volentieri, perché c’è sempre da imparare. E questo per chi vive di innovazione è molto importante. Peraltro il processo di innovazione è molto vasto e non deve necessariamente essere sempre collegato alle tecniche di misurazione ottica. Io sono affascinato anche dagli aspetti innovativi di altri settori, anzi spesso queste diverse conoscenze mi forniscono ispirazioni per il mio lavoro».

“Solo l’eccellenza ha chance di sopravvivenza. Se non hai un livello internazionale sei destinato a sparire. Questo vale sia per la scienza che per l’export”

Nel registro italiano delle start-up figurano 90 aziende altoatesine, di cui 20 sono assistite all’interno di NOI. Complessivamente l’incubatore d’imprese conta 28 start-up. Sono tante o poche, le nostre start-up? Come si fa a sviluppare talenti in Alto Adige?

«Sono poche, rispetto alle altre regioni. Il problema è legato all’università: la Lub è nata da pochi anni e avrà una facoltà di ingegneria solamente nel 2021, dopodiché dovrà iniziare a lavorare e fare ricerca ai massimi livelli. Questo perché solo quando avremo raggiunto l’eccellenza in fatto di competenze e conoscenze, potremo attirare talenti da fuori che a loro volta ci daranno nuovi impulsi. Noi siamo ancora ai nastri di partenza. Un parco tecnologico da solo non crea start-up ma le supporta. Io sono convinto che nel momento in cui avremo un campus per l’università, le imprese e i centri di ricerca, il numero delle start-up aumenterà. Attenzione però: solo l’eccellenza ha chances di sopravvivenza. Se non hai un livello internazionale sei destinato a sparire. Questo vale sia per la scienza che per l’export».

Come la mettiamo con la mentalità altoatesina? Si dice che gli altoatesini badino in primis alla sicurezza. Adesso sta per spiccare il volo una generazione cresciuta con il digitale: sarà una generazione di startupper?

«Io credo che gli altoatesini sappiano cosa fare. Il punto è che mancano le condizioni, per fare. E qui entra in gioco il venture capital, il capitale di rischio: in Alto Adige se ne trova in quantità irrisorie. Come detto però stiamo recuperando terreno, da poco NOI Techpark ha iniziato a fornire consulenza anche a una rete di investitori. Insomma c’è fermento, e di aziende eccellenti in Alto Adige ce ne sono parecchie».

Federico Giudiceandrea

Lei consiglia quindi alle imprese altoatesine di investire in innovazione attraverso il sostegno delle start-up?

«Per avere successo una start-up ha bisogno di eccellenza. Questa può essere l’università o la stessa start-up, ma anche un’impresa che supporta una start-up. Proprio in Alto Adige peraltro, dove il capitale di rischio non è così diffuso, c’è la grande opportunità di portare al successo una start-up, di farla accompagnare da un’azienda. Tra le imprese che lo fanno cito Leitner, Durst, la stessa Microtec. Per le start-up queste aziende non rappresentano solo una fonte di finanziamento bensì un partner in grado di aprire loro il mercato. E queste start-up sono senza dubbio quelle con le più alte probabilità di riuscita».

Insomma ci sono startupper che ci provano da soli e startupper che si fanno trainare dalle aziende. Ma non c’è il rischio che qualche azienda sfrutti le start-up per procurarsi innovazione a buon mercato?

«Il pericolo c’è, è innegabile, anche perché le start-up raramente badano alla tutela della proprietà intellettuale. C’è anche da dire che devono muoversi in un sistema complesso, dove l’esperienza ha un ruolo fondamentale. Proprio per questo può essere importante la consulenza di un mentore. In linea generale le imprese che svolgono in proprio attività di ricerca e sviluppo sono quelle che si comportano correttamente nei confronti delle start-up, perché sanno che nel processo di innovazione l’aspetto più importante è quello umano. E lasciano ai giovani imprenditori la libertà di crescere e di trarre profitto dalle loro idee».

Quanto sono importanti gli startupper per un’impresa? Ad esempio come portatori sani di digitalizzazione?

«Gli startupper sono solitamente persone dotate di pensiero laterale, che riescono a scorgere margini di miglioramento in processi e prodotti. Anche, e soprattutto direi, nel campo della digitalizzazione. Le start-up quindi sono un potente motore per chi intende avvalersi in maniera efficace della digitalizzazione».

“Le imprese che svolgono in proprio attività di ricerca e sviluppo sono quelle che si comportano correttamente nei confronti delle start-up, perché sanno che nel processo di innovazione l’aspetto più importante è quello umano”

Lei una volta ha affermato che in Alto Adige per un’impresa è impossibile crescere. La pensa ancora così?

«Lo dissi allora e lo ripeto oggi: è molto difficile. NOI Techpark può sicuramente dare un contributo positivo grazie al suo consolidato ruolo di incubatore di start-up, mentre per quanto riguarda il supporto imprenditoriale c’è ancora da lavorare. Questo è un frequente motivo di discussione ma per fortuna alcune cose stanno cambiando. Si è finalmente capito che ricercatori e imprenditori devono assolutamente collaborare, se si vuole fare ricerca applicata e immettere prodotti sul mercato. Un laboratorio da solo non ce la può fare, sono indispensabili anche visione di mercato e competenze di produzione».

Con questo intende dire che l’innovazione può nascere solo all’interno delle aziende?

«Io dico solo che non ci può essere innovazione senza impresa. Dove per impresa si può intendere anche una start-up. Di sicuro c’è che l’innovazione ha bisogno di qualcuno che si batta per ottenerla. Qualcuno che faccia innovazione perché ce n’è bisogno, e non solo perché piace a me come ricercatore. I ricercatori hanno una visione diversa che può andare bene per la ricerca di base, dove non conta il punto di vista del mercato. Qui al NOI siamo per la scienza applicata, ovvero per dare supporto allo sviluppo di prodotto. Per sviluppare prodotti però c’è bisogno sia di inventori che di imprenditori. A questo proposito mi piace citare Thomas Edison, che fu grande ingegnere, inventore straordinario nonché un eccezionale imprenditore: “Un prodotto è frutto per l’1% di Inspiration (ispirazione creativa) e per il 99% di Perspiration (traspirazione, sudore, fatica…)».

Alla Microtec lei ha fatto registrare più di 100 brevetti: come scienziato o come imprenditore?

«Si è sempre trattato di lavori scientifici. Però io sono anche un imprenditore. Ho sempre accettato di buon grado la sfida di adattare il mio concetto di innovazione alle esigenze reali. Altrimenti la mia azienda sarebbe già sparita da un pezzo. Ciò che contraddistingue un imprenditore è il lato umano: oltre alle competenze tecnologiche c’è bisogno di empatia, della capacità di pensare con la testa di altre persone. Due doti che purtroppo è difficile trovare nello stesso individuo».

"Oltre alle competenze tecnologiche c’è bisogno di empatia, della capacità di pensare con la testa di altre persone. Due doti che purtroppo è difficile trovare nello stesso individuo"

Mi sembra di capire che lei è entrambe le cose: empatico e scienziato…

«A fondare la Microtec fummo in tre: due giovani esperti in tecnologie e un uomo d’affari. Due anni più tardi il socio laureato in fisica, Paul Durst, morì in un incidente d’auto. E poco dopo il terzo socio uscì dall’azienda. All’improvviso mi ritrovai da solo e dovetti imparare il mestiere dell’imprenditore».

Quando fondò la Microtec, nel 1980, lei aveva appena finito l’università. Com’erano quegli anni per chi voleva fare impresa?

«Più o meno come oggi, forse anche un po’ più duri. Era l’epoca in cui sbarcava sul mercato una tecnologia dirompente: il microprocessore. All’improvviso fu possibile costruirsi da soli un computer in casa – la storia è piena di cantine e garage dedicati all’assemblaggio… Io e Paul Durst però non vivevamo nella Silicon Valley, bensì in Alto Adige. E così ci dedicammo allo sviluppo di tecnologie a microprocessore che potessero essere interessanti per due settori industriali tipici del nostro territorio: la lavorazione della frutta e del legno. Il nostro primo prodotto fu un misuratore di colore per mele. E subito dopo realizzammo un apparecchio per calcolare il diametro di un tronco d’albero».

Quante volte ha pensato di mollare tutto?

«Ho smesso di contarle. Ci sono stati momenti molto duri, specialmente dopo la morte di Paul. Lui era più vecchio di qualche anno e per me era un punto di riferimento. Come ho detto prima, capita che le idee vengano a più persone nello stesso momento. Quando nacque la Microtec, in Austria e in Germania c’erano due aziende che facevano le stesse cose. E ce n’era una terza, in Svezia, che era già avviata. Se prendevo dei lavori, di solito era perché si trattava di problemi complessi che la concorrenza non aveva voglia di risolvere. Ho dovuto essere aggressivo da subito e spesso ho dovuto rischiare».

Cosa consiglia a chi vuole fare impresa? È meglio avviare una start-up da soli o in compagnia? 

«In linea di massima da soli è più semplice, a patto però di essere al contempo innovatori e imprenditori… Se invece non si possiedono entrambe queste caratteristiche, allora è meglio formare una squadra di almeno due persone, dove uno è l’inventore e l’altro l’uomo d’affari. Ovviamente queste due persone devono avere la stessa visione. Nella maggior parte delle start-up che ho supportato finora, si trattava di due persone con competenze che si integravano a vicenda».

C’è un aspetto che non abbiamo ancora preso in considerazione: le donne e la tecnologia. Alle donne l’empatia non manca: allora è il coraggio a fare difetto? Come si convince una donna a sposare la tecnologia?

«A mio avviso le start-up al femminile hanno più probabilità di successo rispetto agli uomini, non foss’altro perché solitamente le donne sono più empatiche. Io ammiro e supporto le donne che intraprendono una professione tecnica. Purtroppo nella nostra società si fa ancora fatica ad associare le donne alla tecnologia. A mio avviso la scuola e le famiglie dovrebbero incoraggiare maggiormente le ragazze a intraprendere studi tecnico-scientifici, soprattutto quando dimostrano di possedere predisposizione per queste materie».

“Le start-up al femminile hanno più probabilità di successo rispetto agli uomini, non foss’altro perché solitamente le donne sono più empatiche”

Lei ha una figlia ingegnere. Come l’ha cresciuta: senza bambole?

«No no, io non c’entro... È stata una sua scelta e io non l’ho frenata. Per dire, l’altra mia figlia non si interessa minimamente a tutto ciò che è tecnico. Tanto che mi sono spesso chiesto come mai sono così diverse. Una spiegazione interessante me la diede un professore di matematica. Mi disse che in un bambino l’intelligenza scientifico-matematica è l’ultima a svilupparsi, ma questo aspetto non viene tenuto in considerazione nelle scuole. Secondo il docente si inizia troppo presto a insegnare matematica, con il risultato che i bambini che non hanno ancora sviluppato questa intelligenza non capiscono la materia e la rifiutano. Ed è quello che è successo alla mia seconda figlia. Chissà, magari le femmine sviluppano questa intelligenza più tardi rispetto ai maschi. Il punto è che la matematica richiede un continuo accumulo di conoscenze, altrimenti si perde il passo. Potrebbe essere questa, la spiegazione».

Lei però, pur avendo frequentato un liceo umanistico, sprizza tecnologia da tutti i pori. Ha sempre avuto un debole per la matematica?

«Per me la matematica era come un gioco, non ho mai avuto problemi. In realtà avrei voluto diventare un musicista, e da giovane ho sofferto parecchio il fatto di non saper suonare uno strumento. Stesso discorso per il disegno: sono completamente negato. In compenso adoro l’arte, è qualcosa che mi manca e che cerco di compensare collezionando opere artistiche. D’altronde il collezionismo è in qualche maniera collegato alla scienza: un collezionista infatti ama catalogare seguendo un filo comune».

Lei colleziona soprattutto opere di Maurits Cornelis Escher, il grafico olandese adorato dai matematici perché i suoi disegni sono il trionfo del paradosso. Lei l’ha conosciuto grazie alla musica o sbaglio?

«In realtà ho scoperto Escher quando ero alle superiori, leggendo un editoriale di matematica in una rivista scientifica. Poco tempo dopo trovai un’illustrazione di Escher sulla copertina di un bootleg dei Pink Floyd, il mio gruppo preferito. All’epoca ero un hippie, come tanti giovani del mio tempo peraltro, e il fatto che un artista piacesse sia ai matematici che ai figli dei fiori mi ha sempre affascinato».

Quant’è importante per uno startupper essere figlio del proprio tempo?

«Tantissimo, direi che è un requisito fondamentale. Uno startupper deve vivere il proprio mondo. Perché è il suo mondo, il mondo che incarna, e che le generazioni precedenti non sempre riescono a capire».

SCHEDA

Un’intervista ai tempi del Coronavirus.

Con Federico Giudiceandrea abbiamo chiacchierato online, tramite l’app Lifesize. Io a casa mia, lui nel suo ufficio: «Abbia un attimo di pazienza – mi dice – giusto il tempo di controllare come stanno andando le cose in azienda. Sa, di questi tempi…». Già, di tempi difficili Federico Giudiceandrea se ne intende, visto che con la sua Microtec ne ha attraversati diversi. Nata nel 1980 come start-up, a distanza di 40 anni esatti Microtec è leader mondiale nel settore della misurazione del legno e classificazione di qualità. Il quartier generale è a Bressanone, sparsi per il mondo ci sono 200 collaboratori. Nel suo palmarès Giudiceandrea vanta anche il premio Marcus Wallenberg, una sorta di Oscar per l’industria del legno, ottenuto nel 2016 per aver prodotto il primo tomografo computerizzato per la scansione di tronchi. Giudiceandrea è anche uno stimato appassionato d’arte e un grande collezionista di Maurits Cornelis Escher: un artista che componeva, con un rigore matematico e uno stile ossessivo fatto dalla ripetizione dei soggetti, le forme che coglieva intorno a lui, e che appaiono via via infinite. Come sono infinite le strade per chi vuole innovare, e sa percepire la realtà che ha intorno, andando oltre alle apparenze.

Per le start-up che volessero attingere alle conoscenze di Giudiceandrea, è sufficiente rivolgersi alla rete di mentor di allestita da NOI Techpark.

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