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«In una crisi come questa l’impresa deve ripartire dai fondamentali, dalle competenze»
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2020-05-13 2020-05-13 13 Maggio 2020 - Elmar Burchia
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Arrigo Panato, commercialista, revisore legale e coach di «Reagire alla crisi»: «Identità e coerenza saranno sempre più al centro del discorso aziendale. Ma la vera sfida futura sarà legata alla burocrazia»

Per le Pmi è la più grande sfida degli ultimi decenni. E la crisi vera, quella che farà male, non è ancora arrivata. Se le misure per garantire liquidità alle imprese sono un salvagente fondamentale, in una fase successiva è necessaria una strategia lungimirante. E qui entra in gioco la competenza dei consulenti di gestione aziendale. Abbiamo parlato con un uno di loro: Andrea Arrigo Panato, dottore commercialista e revisore legale con una particolare esperienza in gestione ordinaria e straordinaria d’impresa, finanza straordinaria e risanamento aziendale. Esperto di innovazione e uno degli autori del blog Econopoly de «Il Sole 24 Ore», è docente presso le scuole di specialità in Procedure Concorsuali e Risanamento d’impresa e in Finanza Aziendale. L’autore del libro Restartup, le scelte imprenditoriali non più rimandabili (Egea) e tra i coach della nostra iniziativa «Reagire alla crisi» sottolinea: «Adesso occorre ripartire dai fondamentali».

Ora arriva il secondo tempo, quello della ripartenza...

«Non sono sicuro che questo si possa definire un “secondo tempo”. Nel mondo aziendale, infatti, tutta una serie di tendenze erano già in atto prima della crisi. Oggi, queste tendenze hanno semplicemente subito una forte accelerata e un forte aumento di intensità. Basti pensare al rapporto con la tecnologia, alla digitalizzazione. E non ultimo, al rapporto di filiera». 

Ci spieghi.

«Il ruolo della filiera è cambiato molto negli ultimi anni. Oggi torna ad essere sempre più strategico. Proprio in questo periodo sentiamo molto l’integrazione tra cliente e fornitore. Ogni volta che c’è un’emergenza o uno scossone questi rapporti vengono in qualche modo stressati, in alcuni casi sono potenziati, in altri entrano invece in crisi. In questo momento noi tenderemo a supportare maggiormente chi in questa fase c’è stato. Ossia: chi ha risposto al telefono, chi ha contribuito a far andare avanti l’impresa».

La corona economy è anche un grande e prezioso esperimento, un laboratorio per trasformare le nostre imprese?

«Non sono un grande sostenitore della retorica della “grande opportunità” in tempo di crisi. Tuttavia, questo tempo che stiamo affrontando non possiamo assolutamente sprecarlo. Dobbiamo metterlo a frutto. In altre parole: dobbiamo investire». 

Tuttavia, oggi è presto per poter fare previsioni sicure. Non sappiamo quanto durerà questa crisi. Cosa succederà dopo?

«In questo momento il fattore tempo è tutto. L’imprenditore deve cercare di spostare l’analisi in un orizzonte temporale di medio periodo. E ragionare di scenari del secondo semestre 2020 aiuta. Inoltre - ed è la cosa su cui insisto maggiormente - è necessario ridefinire il modello di business e, di conseguenza, la dimensione minima per competere».

Andrea Arrigo Panato

Molte imprese chiuderanno e molte altre coglieranno l’occasione della crisi per ridurre il proprio organico. Cosa consiglia di fare a un dirigente d’azienda, divenire più grandi oppure ridursi? 

«Dipende dal modello di business. Tuttavia, in questo momento di crisi dobbiamo ripartire dai fondamentali, dalle competenze. È necessario valutare le riduzioni di costi, la cessione di rami aziendali considerati non più fondamentali oppure investire meno in alcune attività e concentrarsi di più in quelle che funzionano. Tutto questo per difendere o generare cassa, che potrà poi essere impiegata per affrontare i mesi più critici».

«Milioni, miliardi, fantastiliardi» è il titolo di un libro di Brian W. Kernighan: in queste settimane siamo stati bombardati da una miriade di numeri promessi dal governo. Le startup e le Pmi come possono muoversi in questo labirinto?

«Come hanno sempre fatto: affiancate da consulenti che le aiutino a creare valore. Noi stiamo spostando sempre di più la nostra attenzione da un’ottica più tradizionale “da conto economico” a una più finanziaria. Stiamo cercando di supportare i nostri clienti mettendo a frutto la comune conoscenza, con grande dialogo, nel settore in cui operano». 

Immaginiamo due importanti imprese, una italiana e una tedesca, che competono nello stesso settore. Quale delle due uscirà meglio da questa crisi?

«Il primo problema per quella italiana sarà il sistema Paese. L’impresa tedesca, strutturalmente un po’ più grande, uscirà potenzialmente più forte, anche grazie agli importanti aiuti del governo federale a lavoratori e aziende. Quella italiana, temo, ne uscirà con un grosso debito».  

Parliamo di fase 2. In cosa le aziende dovrebbero investire maggiormente? 

«Due sono i concetti fondamentali: identità e coerenza. Come ho scritto nel mio libro, identità è ciò che caratterizza l’azienda. Deve essere un valore, condiviso con i collaboratori. Qualcosa che arriva dal profondo del mio “essere imprenditore”, frutto della mia storia, della mia etica, delle mie convinzioni. E coerenza. Perché i collaboratori, il mercato, i fornitori, gli stakeholder vedono se faccio una cosa perché ci credo o solo per utilità. Insomma, oggi l’impresa deve ripartire dal suo Dna, dalla sua struttura di valore e dalle sue competenze, nelle quali deve investire». 

Cosa devono chiedere - e cosa non devono chiedere - gli imprenditori rimasti impoveriti e smarriti da questa crisi. Tutele e assistenza oppure infrastrutture?

«Allo Stato posso chiedere tutto ciò che voglio. La domanda è se poi dallo Stato arriverà l’aiuto promesso. Cerco sempre di dividere i due passaggi: chiediamo, però non aspettiamoci che la nostra strategia dipenda da quello che otteniamo. Anche perché i tempi, con ogni probabilità, saranno lunghi. Oggi, purtroppo, vale il detto: “Aiutati che Dio ti aiuta!”». 

È pessimista da questo punto di vista.

«L’impresa deve concentrarsi su quello che può fare lei e su quello che può fare grazie al network di consulenti, aziende amiche, clienti e fornitori mettendo tutti a sistema, anche per fare dei progetti seri e concreti per poi ripartire. Tornado alla domanda precedente, i nuovi investimenti legati alle infrastrutture - penso alla rete tecnologica o alla sicurezza informatica - diventeranno in ogni caso essenziali». 

È questo il momento giusto per riscoprire e ridefinire l'identità delle nostre imprese? 

«Non so se sia il momento giusto. È sicuramente un’urgenza. Torno a ripetere che il vero problema è definire gli scenari. Anche per le aziende medio-piccole e per il singolo professionista è importante lavorare su uno-due scenari per poter arrivare in sicurezza alla fine dell’anno». 

In queste settimane, immagino, imprese e commercialisti non si sono mai sentiti così tanto…

«Con le imprese clienti ci siamo sentiti tantissimo, uno scambio informativo serrato. In particolare durante il mese di marzo. Iniziavo alle 6.30 via chat e finivo alle 23 al telefono. Per noi era importante supportare l’imprenditore, esserci quando aveva bisogno, progettare un futuro nuovo e spronarlo a muoversi. Oggi, l’unico vero pericolo è quello di restare fermi».

Lo smart working probabilmente non ci lascerà più. Ma per uno studio professionale far tutto da casa non è poi così semplice...

«Quello che stiamo facendo in queste settimane, a mio avviso, è smart working a metà. Mi spiego. Io, come altri miei colleghi, ho una famiglia, dei figli piccoli. Insomma, una convivenza tra vita privata e lavorativa. E non sempre è facile conciliare tutto. Il fatto positivo in tutto questo è che si sono aperti moltissimi canali di ascolto e confronto».

Molto cambierà. Forse in meglio, forse in peggio. Lei è ottimista?

«Questa crisi farà una pulizia di molte realtà del nostro mercato. Sono convinto che una parte dell’Italia crescerà più velocemente. Tuttavia, il problema è che questa parte sarà sempre la parte più piccola del Paese. Già oggi stiamo vedendo che l’Italia si basa realmente sul gettito di tre-quattro regioni, regioni sostanzialmente del Nord. La paura vera è che queste non siano in grado di sostenere il peso di tutte le restanti. La vera sfida sarà vedere come reagirà la burocrazia».

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