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Il Big Reset dopo la tempesta: come la crisi può diventare la migliore benedizione
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2020-11-19 2020-04-17 17 Aprile 2020 - Elmar Burchia
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Alessandro Garofalo, formatore e innovatore, legge il momento epocale che stiamo vivendo: «Dai processi produttivi alla cultura manageriale, in azienda cambierà tutto. I nuovi valori? Empatia e critical thinking»

«Vi prego di non spaventarvi, qualsiasi cosa vediate o sentiate intorno a voi. È inevitabile che per un po’ risentiate le conseguenze dell’essere stati salvati da morte certa […]: ripristineremo la normalità appena saremo sicuri di cosa sia in ogni caso il normale. Grazie». Questo estratto dalla «Guida galattica per gli autostoppisti» (Douglas Adams, 1979) è più attuale che mai in un momento di profonda emergenza, in cui anche le aziende stanno combattendo contro un nemico invisibile. Tuttavia, crisi ed eventi devastanti hanno sempre permesso uno sviluppo, un cambiamento di scenario. Una dote, persino più potente della resilienza sia nei contesti lavorativi che in quelli personali, è rappresentata dall’antifragilità. Ne abbiamo parlato con Alessandro Garofalo, formatore e innovatore, fondatore e titolare della Garofalo & Idee Associate. 

Professore, è un momento paradossale... 

«È un momento epocale. C’è un vero e proprio cambio di paradigma. Tutte le nostre certezze, i nostri programmi, i progetti e le nostre sicurezze sono cambiate. È tutto saltato. A questo punto bisogna saper mettersi nella situazione paradossale di saper approfittare anche di una crisi sanitaria triste come questa, perlomeno per far sopravvivere i nostri business e le nostre aziende». 

E qual è la strategia da seguire?

«Essere in grado di avere più alternative possibili per allargare il ventaglio delle diverse riconfigurazioni dell’intero sistema. Nulla di nuovo comunque, anni fa lo predicava Peter Senge profetizzando le organizzazioni in grado di apprendere». 

L'isolamento ci ha forzato allo smart working, all’e-learning, a comunicare tramite uno schermo. Siamo diventati di colpo un popolo digitale? 

«In queste settimane stiamo imparando tutti ad essere più digitalizzati per colpa, o grazie, all’isolamento domiciliare. Molti di noi, però, hanno una convivenza tra vita privata e lavorativa h24. Quindi si può parlare solo in parte di smart working. Indubbiamente, questa crisi è riuscita a riempire in poco tempo un gap decennale, ha ridotto il digital divide. Inoltre, in tempi di iper-connettività, soprattutto per il traffico di dati, la rete di per sé per ora sembra reggere il colpo».

La crisi ci lascerà in difficoltà economica e con il morale a pezzi, ma con un nuovo modo di pensare il lavoro, la vita, gli affari e la leadership. Siamo nel bel mezzo di un Big Reset? 

«Assolutamente sì. Soprattutto in riferimento alla leadership: l’emergenza sanitaria, ossia il digitale che stiamo usando, ci ha messo nella condizione di far crollare lo stereotipo del capo vecchia maniera, il “capo del controllo”. Con il lavoro da remoto abbiamo iniziato a gestire il lavoro senza avere il controllo. È un paradosso, ma è il modo più maturo per dirigere con successo nell’era digitale».

Il cambiamento più importante lo vedremo forse nel mondo del lavoro: abbiamo bisogno di nuovi strumenti, nuove regole, nuove norme?

«Certamente. Oggi ragioniamo in funzione del distanziamento sociale. Il nuovo modo di lavorare dovrà rispettare prima di tutto la salute del lavoratore. E, ovviamente, dovrà cambiare anche l’organizzazione interna all'azienda». 

In che senso?

«Col distanziamento dovremo riorganizzare i processi produttivi e di servizio. E qui il digitale aiuta moltissimo. Anche perché, prima che si trovi un vaccino, se uno solo dei dipendenti si infetta, bisogna chiudere tutta l’azienda. E questo non ce lo possiamo più permettere». 

Alessandro Garofalo

Un cambiamento radicale sarà necessario anche nella cultura manageriale. Forse una trasformazione che vada verso l'empatia, l’ascolto, la comprensione?

«Sicuramente. Tuttavia, c’è una contraddizione: i rapporti umani e interpersonali subiranno dei mutamenti inevitabili. Penso agli alberghi, ai ristoranti, receptionist e camerieri: nulla sarà come prima. Dovremmo educarci a vivere in modo diverso. Forse, essere un po’ più nordici, meno “gestuali” più “parlanti”». 

Nell’incertezza di questo periodo, come possono le start-up e le piccole e medie imprese gestire la complessità e diventare un’azienda resiliente?

«Il concetto di resilienza si accompagna a quello di rigenerazione e di riorganizzazione in un processo di mutamento continuo. In altre parole: è la capacità di un sistema di confrontarsi con i cambiamenti e continuare a svilupparsi. Le Pmi e le start-up sono sicuramente le più favorite in questo senso perché più flessibili, veloci e fluide. Dunque, più abituate alla creatività dal basso rispetto ad un’azienda grande e più strutturata». 

Ci faccia qualche esempio…

«Penso all’albergo: un’idea sarebbe quella di offrire il pasto in camera, visto che nella sala ristorante il rischio contagio è più elevato. Tuttavia, l’albergatore dovrà ripensare i tavoli nelle stanze, che devono essere più grandi, più dignitosi. Penso poi agli specialisti nell'arredo in legno. So che stanno verificando se l'introduzione di più lamine di vetro riduca o meno i problemi di sanificazione. Insomma, bisogna essere rapidi e creativi. Per diventare resiliente un'azienda deve però anche distinguere l’essenziale dal superfluo; ridurre i costi agendo sull’analisi degli sprechi individuando i costi della non qualità. E poi, avere collaboratori forti sul critical thinking e robusti a livello di digital soft skills».

Cosa consiglia all’imprenditore appena rientrato in azienda dopo l’emergenza? 

«Di circondarsi di una task force, un gruppo di esperti con comando per competenze. Superata l’emergenza bisogna includere gruppi interdisciplinari che sappiano governare la complessità».

Quando si pensava che tutto fosse già stato pensato, detto e inventato ci siamo trovati catapultati in una nuova era: è questo il momento per essere davvero creativi? Forse, persino folli? 

«Sono nato nel ‘55 quando è scomparso Albert Einstein. Proprio in quell’anno scrisse la famosa frase: “Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi”. Quindi la mia risposta è sì: quando, se non ora?» 

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